Casa familiare e assegno di mantenimento

Con sentenza n. 2445 del 9.2.20I5 la Corte di Cassazione ha ricordato – se ancora ve ne fosse bisogno – che secondo l’orientamento oramai granitico e uniforme della giurisprudenza di legittimità il provvedimento di assegnazione della casa coniugale, non è previsto dall’art. 156 cod. civ. in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento ma ha lo scopo di garantire ai figli minorenni o non autosufficienti economicamente la continuità dell’habitat familiare (cfr. Cass. civ. 1 sezione n. 6769 del 22 marzo 2007).

Ha ricordato anche che la misura dell’assegno va determinata non solo valutando i redditi dell’obbligato, ma anche altre circostanze non indicate specificatamente, né determinabili a priori, ma da individuarsi in tutti quegli elementi fattuali di ordine economico, o comunque apprezzabili in termini economici, diversi dal reddito dell’obbligato, suscettibili di incidere sulle condizioni economiche delle parti (Cass. civ. sez. 1, n. 17199 dell’11 luglio 2013).

Inoltre il giudice nella determinazione dell’assegno di mantenimento deve avere quale indispensabile elemento di riferimento ai fini della valutazione di congruità dell’assegno, il tenore di vita di cui i coniugi avevano goduto durante la convivenza, quale situazione condizionante la qualità e la quantità delle esigenze del richiedente, accertando le disponibilità patrimoniali dell’onerato e, a tal fine, il giudice non può limitarsi a considerare soltanto il reddito (sia pure molto elevato) emergente dalla documentazione fiscale prodotta, ma deve tenere conto anche degli altri elementi di ordine economico (Cass. civ., sez. 1, n. 9915 del 24 aprile 2007).

Infine, la corte ha precisato che, in tema di determinazione dell’assegno di mantenimento, l’esercizio del potere dì disporre indagini patrimoniali avvalendosi della polizia tributaria, che costituisce una deroga alle regole generali sull’onere della prova, rientra nella discrezionalità del giudice di merito; l’eventuale omissione di motivazione sul diniego di esercizio del relativo potere, pertanto, non è censurabile in sede di legittimità, ove, sia pure per implicito, tale diniego sia logicamente correlabile ad una valutazione sulla superfluità dell’iniziativa per ritenuta sufficienza dei dati istruttori acquisiti (Cass. civ., sez. 1, n. 16575 del 18 giugno 2008).

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