Cedibilità del credito risarcitorio

Il credito maturato in seguito ad un risarcimento danni può essere ceduto a terzi

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Si è detto che la Suprema Corte – nella pronuncia commentata – consente la libera cedibilità del credito risarcitorio derivante da sinistro stradale, anche laddove esso sia rappresentato dalla riparazione di pregiudizi non patrimoniali (quali sono appunto il danno morale e il danno biologico non terminali).
Per sostenere siffatto principio di diritto, il giudice di legittimità trova innanzi a sé almeno tre ostacoli fondamentali, tutt’altro che agevoli da superare in maniera armonica e convincente agli occhi dell’interprete.
In primo luogo, emerge in tutta la sua chiarezza il divieto di cessione posto dall’art. 1260, comma 1, c.c., in relazione a crediti aventi natura strettamente personale. La lettera della norma non sembrerebbe lasciare alcuno spazio interpretativo, anche se nel corso degli anni si sono affermati sul punto contrastanti indirizzi giurisprudenziali, volti ora a negare ora a consentire la possibilità di cedere crediti di natura non patrimoniale.

Accoglie, in particolare, la tesi dell’incedibilità quella giurisprudenza di merito – condivisa da chi scrive – che legge la norma citata in maniera rigorosamente fedele e letterale, considerando il danno non patrimoniale inscindibilmente connesso a diritti fondamentali e personalissimi dell’individuo, quali sono la vita e l’integrità personale (5).
La tesi della cedibilità, invece, è più elastica e tende a limitare la nozione di personalità a quei soli crediti in cui lo scopo dell’obbligazione può essere realizzato soltanto attraverso l’adempimento in favore di uno specifico soggetto (6).
Ebbene, la Suprema Corte sposa questo secondo orientamento, citando non a caso il credito alimentare quale pretesa – per espressa previsione di legge – incedibile, insuscettibile di compensazione o di rinunzie e transazioni, impignorabile, intrasmissibile mortis causa e – da ultimo – protetto contro la surrogatoria altrui.

Il ragionamento in fatto e in diritto della Cassazione sotto questo profilo è senz’altro ineccepibile: il creditore alimentare risulta indubbiamente un soggetto fragile in seno ai rapporti giuridici intersoggettivi, indebolito com’è dal versare in evidente e comprovato stato di bisogno, e l’ordinamento giuridico non casualmente predispone in suo favore opportuni strumenti di tutela (come appunto l’indisponibilità del credito) finalizzati alla conservazione dei propri diritti sì da consentirne un adeguato sostentamento.
Tuttavia, affermando siffatto principio, si corre il rischio di consolidare una disciplina speciale relativa al solo credito alimentare, con conseguenti effetti discriminatori verso altre tipologie di credito aventi allo stesso modo natura strettamente personale.
Per superare questa impasse, il giudice di legittimità concentra la propria attenzione su un ulteriore elemento: la distinzione fra diritto leso nel caso concreto e danno provocato dal fatto generatore. In poche parole, l’obbligazione risarcitoria si configurerebbe come autonoma e non meramente accessoria rispetto al pregiudizio lamentato (sia esso patrimoniale o meno), con la conseguenza che il relativo credito può costituire oggetto di cessione ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 1260 c.c. (7).
Inoltre, a conferma di quanto osservato, la Cassazione sostiene la piena parificazione dell’alienabilità dei crediti aventi natura non patrimoniale mediante atti inter vivos con la loro trasmissibilità mortis causa, così come sostenuto da copiosa giurisprudenza di merito e legittimità espressasi in termini (8).

In secondo luogo, la Suprema Corte – abbandonata definitivamente la teoria del rapporto giuridico di base per la validità della cessione (9) – pare confermare l’orientamento per cui oggetto del contratto possa essere anche un credito futuro e incerto, affermando come in questa ipotesi il contratto esplichi un effetto immediato di natura obbligatoria fra le parti, posticipandosi l’effetto reale di trasferimento del diritto nel momento in cui il credito venga ad esistenza (10).
La pronuncia in epigrafe non convince sotto questo aspetto, in quanto è lo stesso Supremo Collegio ad associare in più punti della motivazione i termini di « credito » e di « ragione di credito »(11) che, seppur astrattamente analoghi, non possono dirsi perfettamente coincidenti tra loro.
Si è già avuto modo di affermare come – specialmente nei rapporti di fonte aquiliana – non sia sempre agevole ritenere sussistente il diritto al risarcimento del danno immediatamente dopo la verificazione del sinistro: la valutazione degli elementi in punto an debeatur, infatti, può non sempre condurre il danneggiato (cedente) a ritenere pacifica ed acclarata la responsabilità della controparte (debitore ceduto) nella causazione dell’evento. Ciò è tanto più vero proprio nel caso dell’infortunistica stradale, settore che più di ogni altro conosce l’evoluzione del diritto vivente in sede giudiziaria, con repentini cambi di indirizzi giurisprudenziali che gli stessi operatori del diritto faticano sovente a seguire in costante aggiornamento.
E a nulla vale affermare – a modesto avviso di chi scriveche il credito derivante da fatto illecito ha i caratteri del credito attuale, al punto che gli interessi sullo stesso decorrono dal momento del fatto e non già del relativo accertamento giudiziale (12): infatti, un tale ragionamento pare svolto – per così dire – in senso contrario, muovendo dalla conseguenza processuale (riconoscimento degli interessi in sentenza) per giustificare la premessa sostanziale (esistenza del diritto al momento del fatto e reale consapevolezza del suo titolare di poterne prontamente disporre) (13).

In terzo e ultimo luogo, l’interprete si trova ad affrontare l’ostacolo decisamente più difficile da valicare nella fattispecie concreta: l’effettiva determinatezza o (anche solo) determinabilità del credito risarcitorio oggetto di cessione.
Nelle precedenti sentenze nn. 51 e 52 del 2012 – più volte citate dal giudice in epigrafe quali autorevoli precedenti in termini – si era posta la questione della libera cedibilità di crediti relativi a pregiudizi patrimoniali (danni materiali al mezzo incidentato e danno da fermo tecnico); nella presente pronuncia, invece, si discorre della cedibilità di ragioni creditorie aventi natura non patrimoniale.
Una differenza non certo di poco conto, che avrebbe meritato con ogni probabilità maggiori e più attente riflessioni: se nelle fattispecie affrontate nel 2012 una qualunque quantificazione del danno – pur arbitrariamente effettuata in assenza di contraddittorio – sarebbe pur sempre possibile sulla scorta di dati tecnici (costo dei pezzi di ricambio e calcolo delle ore di manodopera necessarie alla riparazione), nel caso odierno deve necessariamente essere sottolineata l’impossibilità materiale e giuridica delle parti (14) di pervenire ad una qualsiasi attendibile e condivisa quantificazione del pregiudizio lamentato.
L’accertamento e la valutazione del danno non patrimoniale costituiscono attività devolute esclusivamente al giudice di merito, che è chiamato a determinare il quantum della pretesa azionata sulla scorta di cognizioni medico-legali (anche nella sua qualità di peritus peritorum), della prassi forense e giudiziaria vigente nel Foro di appartenenza, e (non da ultimo) della propria discrezionalità stabilita dalla legge nel personalizzare o meno il danno in base alle circostanze del caso concreto (15).
Pare quindi operazione impensabile spostare siffatte competenze, peraltro protette nel loro esercizio dalla vigenza del contraddittorio processuale, verso soggetti non legittimati e, anzi, potenzialmente interessati a ridurre o appesantire la quantificazione del pregiudizio patito per le più svariate motivazioni, anche estranee al giudizio.

Consentire una incondizionata cedibilità di crediti tanto difficili da determinare potrebbe ipoteticamente condurre ad esiti ai limiti del fraudolento: si pensi solamente al caso del danneggiato da sinistro stradale in difficoltà economica che – desideroso di ottenere una celere corresponsione di somme di denaro – ceda a terzi il credito di natura non patrimoniale sulla base di una quantificazione sommaria, per non dire ridotta o palesemente irragionevole, dichiarando di non aver nulla a pretendere per il futuro. Sarà poi compito del terzo cessionario agire in giudizio nei confronti del debitore ceduto per il recupero del credito risarcitorio, richiedendo in giudizio somme ben differenti in sede di quantificazione giudiziale che – una volta ottenute – potrebbe tranquillamente trattenere in forza della manleva concessa in precedenza dal cedente.
Si creerebbe così una vera e propria «compravendita di sinistri» (fenomeno assai triste in verità già esistente nella prassi) che, laddove riferita alla ripetizione di pregiudizi non patrimoniali, assumerebbe contorni oscuri, sicuramente al limite del paradossale.

Per la sua pericolosa deriva speculativa, poi, la cessione del credito in questione sarebbe sempre aggredibile da azioni rescissorie ex artt. 1448 ss. c.c., peraltro sempre proponibili in via d’eccezione, con buona pace per il principio di certezza del diritto.
Non pare proprio, dunque, che consentire la libera cedibilità dei crediti risarcitori in siffatte fattispecie possa rappresentare un rafforzamento della posizione del cedente, se per tale consideriamo il danneggiato da sinistro stradale così meritevole di protezione giuridica agli occhi del legislatore.
Tanto meglio, piuttosto, prevedere nei suoi confronti l’inalienabilità del credito suddetto, in maniera tale che la quantificazione dello stesso avvenga nel corso di corrette e leali trattative stragiudiziali con il responsabile civile (ovvero con l’assicuratore di questo tenuto al risarcimento) e – in caso di mancato accordo (soluzione comunque sempre preferibile e auspicabile in prima battuta) (16) – sarà sempre possibile demandare al giudice la decisione sul punto, con tutte le garanzie tipiche del contraddittorio.
La strada da seguire, in base ai rilievi sopra accennati, sembrerebbe quindi essere diametralmente opposta rispetto a quella tracciata dalla Suprema Corte.

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