Il reato di usura bancaria

La corte di Cassazione penale è stata chiamata di nuovo a pronunciarsi su una questione giuridica di grande attualità, stimolata dalla diffusa crisi economica in cui versa il paese.
L’acuirsi della crisi economica ha spinto famiglie ed imprese, in difficoltà con finanziamenti e mutui, a contestare gli esosi interessi applicati dalle banche stigmatizzando i criteri di calcolo degli interessi ed in sede penale con la richiesta di accertamento del reato di usura.

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza del 7 ottobre 20I4 n. 44366 ha affermato che il delitto di usura si configura come un reato a schema duplice, costituito da due fattispecie, destinate l’una ad assorbire l’altra con l’esecuzione della pattuizione usuraria, aventi in comune l’induzione del soggetto passivo alla pattuizione di interessi od altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, di cui l’una è caratterizzata dal conseguimento del profitto illecito e l’altra dalla sola accettazione del sinallagma ad esso preordinato. Perciò, nella prima, il verificarsi dell’evento lesivo del patrimonio altrui non è l’effetto del reato, ma il suo elemento costitutivo, che, in caso di integrale adempimento dell’obbligazione usuraria, si consuma con il pagamento del debito. Il secondo caso si verifica, invece, quando la promessa del corrispettivo non viene mantenuta, per cui il reato si perfeziona con la sola accettazione dell’obbligazione rimasta inadempiuta (nella specie, gli interessi richiesti dall’imputato erano oggettivamente di carattere usurario, il che escludeva la legittimità dell’eventuale pretesa giuridicamente azionabile di ottenere il rimborso dell’intero capitale mutuato).

Con un’altra recente pronuncia la Suprema Corte ha affermato che in tema di usura cd. in concreto (art. 644, commi 1-3 seconda parte, c.p.) le “condizioni di difficoltà economica o finanziaria” della vittima, che integrano la materialità del reato, si distinguono dallo “stato di bisogno”, che integra la circostanza aggravante di cui all’art. 644, comma 5, n. 3, c.p., perché le prime consistono in un situazione meno grave e in astratto reversibile, che priva la vittima di una piena libertà contrattuale, laddove la seconda consiste invece in uno stato di necessità tendenzialmente irreversibile, che, pur non annientando in modo assoluto qualunque libertà di scelta, comporta un impellente assillo, tale da compromettere fortemente la libertà contrattuale del soggetto, inducendolo a ricorrere al credito a condizioni sfavorevoli.

Gli interessi di mora devono essere computati ai fini dell’usura? Vanno sommati agli interessi corrispettivi o tenuti distinti?

Non appare ancora definitivamente risolta l’annosa questione della configurabilità dell’usura rispetto agli interessi di mora.
Dopo la famosa pronuncia della Corte di Cassazione n. 350 del 2013 secondo cui anche gli interessi di mora devono essere sottoposti al vaglio delle disposizioni antiusura alcuni Tribunali hanno ritenuto che ai fini del calcolo dell’usura gli interessi moratori vadano sommati agli interessi corrispettivi, altri invece, hanno sostenuto che nel calcolo del TEG non vadano inclusi gli interessi moratori.
Con ordinanza del 16.9.2014 il Tribunale di Roma ha precisato che nella famosa sentenza n. 350 del 20I3 la Cassazione si limita ad affermare che anche gli interessi moratori debbano essere sottoposti al vaglio delle disposizioni antiusura, contenute entro le determinazioni dei tassi soglia, senza tuttavia esprimere il principio che i tassi pattuiti, con funzioni distinte ed autonome, a titolo di naturale remuneratività del denaro ed a titolo di mora, debbano essere considerati unitariamente.
In altri termini le considerazioni svolte dalla Corte di Cassazione nella richiamata sentenza n. 350/2013 non possono condurre alla interpretazione secondo cui la valutazione del superamento dei tasso usuraio deve essere effettuata previa operazione di addizione tra il tasso pattuito per gli interessi corrispettivi e per gli interessi moratori.

La sentenza di Cassazione 350/2013 nell’affermare che “si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui sono promessi o convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori”, così richiamando anche Corte Costituzionale sent. n. 29 del 25.2.2002 ha confermato che anche la pattuizione relativa al saggio degli interessi moratori deve essere oggetto di valutazione in ordine al superamento, con tale pattuizione, del tasso soglia, senza tuttavia aver espresso il principio ritenuto da alcuni Tribunali secondo cui i tassi pattuiti a titolo di naturale remuneratività del denaro ed a titolo di mora, debbano essere considerati unitariamente.
Il tasso di mora ha una autonoma funzione quale penalità per il fatto, imputabile al mutuatario e solo eventuale, del ritardato pagamento, e quindi la sua incidenza va rapportata al protrarsi ed alla gravità della inadempienza, del tutto diversa dalla funzione di remunerazione propria degli interessi corrispettivi (tra le tante cfr. Tribunale Milano 22 maggio 2014, Tribunale Verona 9 aprile 2014, Tribunale di Brescia 16 gennaio 2014, Tribunale di Trani 25 gennaio 2014).
Va inoltre ricordato che a conferma della differenza ontologica e funzionale degli interessi moratori dagli interessi corrispettivi la Banca d’Italia, chiamata ad effettuare trimestralmente le rilevazioni dei tassi medi ai fini dell’applicazione `della L. 108/1996, non comprende nel calcolo del TEG gli interessi di mora.

La Banca d’Italia non omette di considerare gli interessi di mora ai fini della L. 108/1996, ma ne fa oggetto di separata rilevazione (nella misura del 2.1%).
In conclusione, per evitare di vedere rigettata la domanda di usurarietà degli interessi moratori e bene sapere che ai fini delle norme antiusura gli interessi moratori non vanno sommati a quelli corrispettivi.
L’usurarietà degli interessi moratoria va calcolata tenendoli distinti da quelli corrispettivi.

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